
Ne parlano tutti e, alla fine, ho deciso che anche io volevo dire la mia su questo benedetto oggetto del desiderio. Il Bento Box.
Ora che con la crisi torna in auge il DIY, anche il pranzo non viene risparmiato. Che poi, diciamoci la verità, stiamo parlando di una “Schisèta” come si dice dalle nostre parti, non di un pezzo unico di cui non si può proprio fare a meno. Eppure è così. Il Bento Box è di origine giapponese. Proprio come tutte quelle cose carine che ti fanno vedere tutto piccolino, dolcino, picci picciò, anche una scatola con del cibo dentro. Perché di questo si tratta, poi che i giapponesi ci abbiano inventato sopra un’arte e ci abbiano portato a invidiarli per questo, è tutta un’altra storia. E mi va bene che possa essere anche una cosa bella in sé, ma solo fino a quando la questione era circoscritta, in un’epoca in cui un minimo di ricerca e di gusto (estetico, non nel senso più strettamente culinario) erano dei deterrenti che potevano placare in tempo zero le velleità di chi non ne disponeva nemmeno in minima quantità.
E invece oggi tutti devono avercelo. Che poi, parliamoci chiaro, quelli che urlano al miracolo quando vedono un Bento Box sono gli stessi che hanno vissuto odiando i contenitori con il tappo azzurro della Gio Stylo che facevano tanto anni ’90, gli stessi che si sono comprati un Packet Lunch con i cartoni animati ma che lo conservano ancora intonso avvolto nella plastica sul fondo di qualche armadio. Un acquisto d’impulso di qualche sera noiosa davanti a Ebay, uno tra i tanti. Chissà quanti di quelli che possiedono un Bento Box si dedicano davvero alla cura del cibo che ci mettono dentro a quella scatola. Se non è anche questo un modo per trovare qualcosa da postare su Internet utilizzando un effetto desaturato a mille per beccarsi qualche “like” di più. Vorrei proprio vedere quanti di questi ci mettono riso, carne, pesce crudo e verdurine sempre sorridenti nel loro Bento Box perchè ho l’impressione che alla fine preferiscano riempirlo con i ravioli della nonna avanzati dal pranzo domenicale o con qualche fetta di arrosto che si sa, è buono anche freddo. Adoro pensare che questa gente non sappia nemmeno che è una tradizione giapponese e che ogni volta che queste persone scattano una foto all’oggetto del desiderio, fantastichino su quanto sarebbe bello non andare in ufficio il giorno dopo per diventare di punto in bianco un Foodblogger di livello. E a dirla tutta questa è l’unica cosa che mi intenerisce pensando a un Bento Box. Che alla fine è un piccolo microcosmo ordinato che ci si costruisce con cura e poco gusto ma perlomeno con molta convinzione. Un qualcosa che qualcuno, da qualsiasi parte vada, si porta dietro custodendolo con un amore che non darebbe al 90% del resto degli oggetti di uso quotidiano. Perché evidentemente quello che ha detto “Siamo quel che mangiamo”, finora ha avuto sempre ragione.
AUGH!